Diritto di tappo: ecco cos’è

Diritto di tappo

Prenotare al ristorante chiedendo se è previsto il diritto di tappo. Lo avete mai fatto? Vi racconto cosa ho scoperto curiosando in rete.

Lo confesso, non sono una grande intenditrice di vini e chi mi conosce lo sa, ma quando tempo fa ho sentito per la prima volta parlare del diritto di tappo, mi sono molto incuriosita e, ricerca che ti ricerca, ho trovato diverse informazioni e ne sono scaturite una serie di riflessioni che ho deciso di condividere.

Diritto di tappo, BYOB per gli amici

Per chi già non lo sapesse, il diritto di tappo, noto all’estero come BYOBBring Your Own Bottle (oppure Bring Your Own Beverage) è la pratica di recarsi al ristorante portando con sé del vino o, più in generale, delle bevande già acquistate altrove.

Nei locali dove viene consentita è previsto il pagamento del cosiddetto diritto di tappo, in genere si tratta di una quota fissa per persona, dovuta al gestore per il servizio messo a disposizione che va dall’apertura della bottiglia, all’utilizzo e lavaggio dei bicchieri e di tutto quanto necessario ad ottimizzare la degustazione di quel particolare vino.

Nata ormai diversi anni fa negli Stati Uniti e allargatasi poi ad altri paesi come Nuova Zelanda e Australia, questa possibilità non sembra avere trovato una grande diffusione nel nostro Paese, sebbene di tanto in tanto si torni a parlarne. Cosa accadrà in futuro?

Diritto di tappo

Certo l’idea di entrare al ristorante portandosi dietro una o più bottiglie di vino potrebbe far sorridere e sembrare addirittura irriverente nei confronti del ristoratore, ma occorre tenere presente che in altri paesi questa pratica ha assunto una certa rilevanza, tanto da essere accettata da molti gestori di locali.

In questi casi la disponibilità ad offrire il servizio viene spesso pubblicizzata attraverso vetrofonie con la scritta BYOB o specificata chiaramente sul proprio sito Internet, molti gestori decidono inoltre di inserire il proprio locale in data base utilizzati da differenti portali che restituiscono anche questa specifica informazione.

Diritto di tappo

Non sono poche, inoltre, le guide già in circolazione che raccolgono e recensiscono i locali che acconsentono a questa pratica.

A quanto pare sono molteplici e di diversa natura le motivazioni per decidere di portarsi la propria bottiglia al ristorante e che vanno ben oltre la semplice idea di risparmiare sull’acquisto dei vini:

  • poter celebrare una ricorrenza particolare bevendo qualcosa di assolutamente speciale, riservato da tempo per l’occasione, oppure acquistato espressamente allo scopo
  • condividere assieme ad altri intenditori il piacere di stappare delle eccellenti bottiglie, frutto magari di una sapiente ricerca, accompagnandole ai buoni piatti proposti dal ristorante
  • mettersi alla prova cercando di sperimentare in prima persona accostamenti tra vini e piatti già provati in precedenza o scelti ad hoc sulla base di una bottiglia già acquistata.

La lista potrebbe ancora continuare.

Questione di etichetta… in tutti i sensi

Se la scelta di consentire o meno la pratica del diritto di tappo spetta al gestore del ristorante, come pure la tariffa da applicare per il servizio, ho scoperto che ci sono regole che il cliente non dovrebbe dimenticare; regole non scritte, né codificate, ispirate soprattutto dal buon senso e che in altri paesi sembrano essere già consolidate:

  • è sempre buona norma chiedere, magari al momento della prenotazione, se il locale consente la pratica del diritto di tappo e informarsi su quali sono le tariffe praticate per evitare sorprese al momento del conto
  • è consigliabile recarsi al ristorante portando i vini in un contenitore o sacchetto discreto e adeguato
  • non lasciar mai intendere al gestore del locale che si sta mettendo in discussione la lista dei vini proposti dal locale e, ove appropriato e possibile, coinvolgerlo eventualmente in un assaggio.

In sostanza, per quanto possa sembrare lontano dalle nostre consolidate abitudini, la pratica del diritto di tappo dovrebbe essere vista come un’opportunità per rendere più ampio e flessibile il servizio di ristorazione offerto, incontrando le esigenze di una fetta di pubblico desiderosa di sperimentare non solo assaggiando nuovi piatti.

Consentire il BYOB può divenire per il locale un modo per differenziarsi e avvicinare nuovi clienti, rivolgendosi magari anche a quella clientela estera abituata a richiedere tale servizio.

Questa volta non ci casco: doggy bag docet!

Per quanto mi riguarda non ripeterò l’errore di guardare con sospetto qualcosa di nuovo e inusuale, errore nel quale sono incappata diverso tempo fa quando sentii parlare per la prima volta del doggy bag: pratica di chiedere al cameriere un contenitore per portarsi via il cibo non consumato, che ha preso il nome dalla giustificazione a volte data per mascherare l’imbarazzo creato dalla richiesta e cioè che si trattava di cibo da destinare al proprio cane.

A distanza di tempo, complice il diffondersi stesso della pratica, una mutata sensibilità nei confronti delle risorse alimentari a disposizione e una diversa cultura del cibo, non sembra più così imbarazzante avanzare questo tipo di richiesta e portarsi via in un sacchetto quanto non consumato al ristorante è sicuramente da preferire all’idea che venga gettato in una pattumiera.

Diritto di tappo

Spesso oggi sono gli stessi ristoratori che chiedono ai clienti se desiderano avere quanto non è stato mangiato. Alcuni ristoranti hanno ideato un modo per rendere tale pratica un mezzo per farsi conoscere e apprezzare maggiormente, realizzando dei sacchetti o contenitori con il logo del proprio ristorante. Un’attenzione in più che non può che piacere ai propri clienti.

E voi cosa ne pensate? Vi è mai capitato di varcare la soglia di un ristorante con una vostra bottiglia? Come è andata?

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Catia Moroni

Umbra, laureata in economia e commercio e con una lunga esperienza come analista funzionale, e-tourism marketing specialist. Sono curiosa, innamorata della natura, di ogni cosa mi piace esplorare quello che c’è dietro, l’essenza oltre l’apparenza.

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