Prigionieri di guerra italiani negli Stati Uniti

Prigionieri di guerra italiani

Durante la seconda guerra mondiale molti soldati italiani furono fatti prigionieri dall’Esercito degli Stati Uniti d’America e, dopo un lungo viaggio in nave oltreoceano, affrontarono anni di prigionia sul suolo statunitense, terminati solo alla fine del conflitto. Una mostra fotografica allestita a Palazzo Dominici a Nocera Umbra ha raccontato molto di quell’esperienza.

La mostra dal titolo “Prigionieri di Guerra Italiani – Camp Letterkenny Chambersburg – Pennsylvania 1944 – 1945” è stata curata dal Prof. Flavio Giovanni Conti, storico e autore di diversi libri sui prigionieri di guerra italiani negli Stati Uniti. Allestita per la prima volta a Milano nel 2015, dopo un convegno negli USA, è stata ospitata di recente a Pescara e Nocera Umbra e ha in previsione altre tappe lungo lo stivale.

Preziosi dossier

Durante le ricerche sui prigionieri italiani il Prof. Conti ha avuto la possibilità di visionare i dossier originali americani consegnati all’Italia dagli Stati Uniti nel lontano 1955. Tra questi c’era anche quello di Paolucci Roberto, mio nonno che, come tanti altri soldati, aveva affrontato un lungo e duro viaggio in mare per raggiungere gli Stati Uniti da prigioniero di guerra. A distanza di tanti anni, una copia di quel dossier è stata consegnata alla mia famiglia, proprio in occasione dell’inaugurazione della mostra di Nocera Umbra. E’ stato un momento molto emozionante, che ha visto coinvolte anche altre famiglie, con storie del tutto simili.

Nel dossier che il Prof. Conti ci ha dato è racchiusa tutta la storia dei suoi anni di prigionia: i suoi dati personali, la foto, le impronte digitali, data e luogo della sua cattura, tutti i campi nei quali è stato trasferito, i depositi e prelevamenti in denaro che effettuava sul proprio conto. Una decina di pagine che ci restituiscono la sua storia dall’altra parte dell’oceano, una parte della sua vita.

La vita dei prigionieri di guerra italiani nel campo

Furono circa 51.000 i prigionieri italiani portati negli Stati Uniti, una prigionia che, come emerge dagli studi, ha permesso l’incontro di due culture diverse e che, grazie al più elevato standard qualitativo di vita esistente oltreoceano, ha reso meno dure le condizioni di vita degli italiani, sebbene sempre di prigionia si sia trattato.

Per tanti soldati italiani provenienti da piccoli centri rurali, come per mio nonno, l’impatto con le grandi città, il traffico, gli enormi grattacieli, i moderni mezzi di trasporto furono una vera scoperta della quale raccontare a lungo dopo il ritorno. Durante quegli anni fu fondamentale il supporto dato ai prigionieri dalla comunità degli italoamericani (circa 5 milioni) che spesso si recavano in visita ai prigionieri e l’aiuto prestato dalle comunità cattoliche del territorio.

Dai pannelli lungo il percorso della mostra sono emerse descrizioni e tanti dettagli sulla vita di Camp Letterkenny. Mio nonno giunse là poco prima del termine della guerra, ma le condizioni dovevano essere assai simili a quelle di altri campi di prigionia nei quali era stato via via assegnato e che, tante volte, ci aveva raccontato facendo riaffiorare i suoi ricordi.

Dalla descrizione della cattura dei singoli soldati è risultata evidente la grande disparità tra le dotazioni degli italiani e quella dei soldati statunitensi.

Sulla base della convenzione di Ginevra, era consentito scrivere lettere che dovevano però avere un formato standard e potevano, ovviamente, essere visionate dall’Esercito degli Stati Uniti. Erano consentite una lettera ed una cartolina a settimana, ma sembra che la gestione della corrispondenza non raggiunse mai buoni livelli di efficienza durante tutta la durata del conflitto a causa dei grandi volumi e delle necessarie procedure di controllo e censura.

A colpire è la quantità di foto che i soldati erano soliti farsi scattare, in visita presso famiglie di italoamericani, durante gite o addirittura in studi fotografici, a dimostrazione della maggiore libertà di cui godevano i soldati cooperatori, destinati a Camp Letterkenny ed altri campi simili. Quasi sempre ad essere ritratti erano soldati sorridenti, in buone condizioni fisiche, dall’aspetto florido. Molte foto del campo ritraevano i soldati davanti all’anfiteatro costruito dagli stessi prigionieri, nei quali si tenevano spettacoli musicali e feste da ballo. Anche una chiesa, oggi considerata patrimonio storico, era stata completamente costruita dagli stessi prigionieri italiani.

Durante i weekend, erano molte le famiglie di italoamericani che dai paesi e città vicine si recavano al campo per far visita ai prigionieri. Numerose sono le storie d’amore nate tra giovani italoamericane, ma anche donne statunitensi, e i soldati italiani. Molte di queste, una volta terminata la guerra, si conclusero con il matrimonio.

Racconti di guerra

Delle sue esperienze da combattente prima e da prigioniero di guerra poi, nonno Roberto ci aveva raccontato molto spesso: con voce ferma, a tratti solenne, scandiva date, citava nomi, luoghi, eventi che sembravano scolpiti nella sua mente, ricordi più che indelebili.

Dalla voce traspariva tutta la sofferenza di momenti molto difficili, nei quali aveva dovuto lasciare la sua famiglia con un bambino appena nato, vissuti però sempre con grande dignità e senso del dovere e noi, piccoli e grandi, seduti attorno ad un tavolo al termine di una riunione familiare oppure in giardino durante le interminabili serate di “veglia” estiva, ascoltavamo e imparavamo tanto da quelle esperienze.

La paura al momento della cattura, le difficili condizioni di viaggio in mare durante le tre settimane di navigazione che gli avevano fatto perdere 18 chili di peso, ma anche la grande umanità delle famiglie degli italoamericani con i quali aveva stretto amicizia, le tante attività manuali nelle quali venivano impegnati durante le lunghe giornate, tutto ciò che aveva appreso.

Visitare la mostra ed ascoltare la presentazione del Prof. Conti è stato chiudere un cerchio, dare maggiore spessore e colore a quei racconti attraverso il raffronto con altre storie simili, vederle da un punto di vista storico e non solo come un prezioso ricordo strettamente familiare. Una mostra che consiglio di visitare per capire di più sulla vita di tanti nostri connazionali accomunati dall’esperienza della prigionia negli Stati Uniti.  

Avrebbe fatto sicuramente piacere a mio nonno sapere che i suoi ricordi, come quelli di tanti altri prigionieri, hanno travalicato i confini del nostro giardino ed ora possono essere ascoltati da tante, tantissime persone, anche da molti giovani.

Un ringraziamento particolare va al Prof. Conti che con il suo lavoro di ricerca ha reso possibile tutto questo e alla bella città di Nocera Umbra che ha ospitato la mostra.

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Catia Moroni

Umbra, laureata in economia e commercio e con una lunga esperienza come analista funzionale, e-tourism marketing specialist. Sono curiosa, innamorata della natura, di ogni cosa mi piace esplorare quello che c’è dietro, l’essenza oltre l’apparenza.

1 Comment

  1. […] del Commonwealth che hanno combattuto ad Assisi e nei campi di battaglia circostanti durante la Seconda Guerra Mondiale. Il cimitero è un curatissimo e ordinato luogo molto ameno, che emana una sensazione di pace a […]

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